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L'universo Filippine
Viaggio a Manila & dintorni
PINO SCACCIA
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Le Filippine hanno stilato una lista nera di persone a cui non sarà consentito entrare nel Paese per il rischio di attività terroristiche. Secondo quanto riportato da Human Rights Watch, Manila avrebbe voluto tamponare in questo modo le polemiche contro la presidentessa Gloria Macapagal Arroyo, motivate dalle violenze politiche subite dai suoi oppositori. La lista nera comprende i nominativi di 504 persone, fra cui svariati membri di gruppi religiosi, esponenti politici e avvocati di Europa, Asia e Stati Uniti. Una petizione è inoltre stata presentata da un avvocato, che ha richiesto al Dipartimento dell'immigrazione di Manila di depennare dalla lista alcuni suoi clienti. Lo stesso avvocato ne avrebbe consegnato una copia a Human Rights Watch.
Manila, giornata contro la pedo-pornografia
A Manila, contro l'accordo economico nippo-filippino Un gruppo di ballerini filippini indossa le maschera prima di uno spettacolo tenuto a Manila in occasione del Kalesa Festival che attira ogni anno migliaia di turisti (Epa)
![]() Manila, attivisti protestano di fronte alla polizia "Gli animali devono essere liberi e non devono rimanere chiusi in gabbia": protesta multicolore davanti allo zoo di Manila. Alcuni membri della Peta, un'organizzazione che si batte per i diritti degli animali, si sono dipinti tutto il corpo di colori e si sono messi all'ingresso dello zoo invitando la gente a non entrare.
La seconda sessione del Tribunale Permanente dei Popoli (Tpp) incentrata sulla violazione dei diritti umani nelle Filippine si è svolta a L'Aja a marzo. Le organizzazioni Hustisya!, Desaparecidos, Selda, Bayan, Karapatan, Bagong Alyansang Makabayan, Public Interest Law Center, Peace for Life, Philippines Peace Center & Ibon Foundation the International Coordinating Secretariat, Ecumenical Bishops Forum, United Church of Christ of Philippines in rappresentanza del popolo filippino e delle minoranze indigene hanno chiamato in giudizio il governo del presidente Gloria Macapagal-Arroyo e i suoi rappresentanti, il governo del presidente George Walker Bush degli Stati Uniti d'America, oltre che il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, l'Organizzazione mondiale del commercio, multinazionali e banche straniere, per violazioni gravi e sistematiche dei diritti civili e politici (778 casi di esecuzioni sommarie, 186 casi di scomparse forzate, 203 massacri e 502 casi di tortura); violazioni gravi e sistematiche dei diritti economici, sociali e culturali (deregolamentazione dei prezzi dei prodotti derivati dal greggio, privatizzazione delle industrie e delle risorse minerarie, importazioni - esportazioni dei prodotti agricoli, violazione della sovranità politica ed economica nazionale, distruzione dell'ambiente ancestrale); violazioni gravi e sistematiche del diritto di autodeterminazione del popolo filippino e delle minoranze indigene, repressi dalla pratica della ''war on terror'' e dell' ''Operation Plan Freedom Watch'' da parte degli Stati Uniti. La prima sessione del Tpp si svolse nel 1980 ad Anversa in riconoscimento dell'urgenza dell'appello del Fronte nazionale democratico delle Filippine e del Fronte di liberazione nazionale Moro (minoranza Bangsa Moro), che imputavano la dittatura di Ferdinand Marcos, l'amministrazione degli Stati Uniti d'America, multinazionali statunitensi, banche commerciali affiliate, e istituzioni finanziarie internazionali (Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Banca per lo sviluppo dell'Asia) di gravi violazioni dei diritti umani e del diritto di autodeterminazione del popolo filippino. Dopo ventisei anni, il Tpp ha accolto il nuovo appello per tre ragioni fondamentali: il caso delle Filippine è un modello delle cosiddette ''economic low-intensity wars''; le Filippine sono un caso eclatante di repressione silenziosa; il caso Filippine è un caso di immigrazione forzata, un prodotto della globalizzazione.
Filippine, slogan per liberazione presidente Estrada
Una grande folla ha voluto riabbracciare ieri mattina ad abbiategrasso padre Bossi. Centinaia di suoi concittadini hanno assistito alla messa da lui celebrata nella basilica di Santa Maria Nuova e al veloce saluto che ha poi rivolto da un palco davanti al municipio nella piazza principale della citta'. Diventato un personaggio pubblico suo malgrado, soprattutto nella sua citta' natale, padre Bossi si e' confermato religioso schivo e sobrio. Ha lasciato scivolare le polemiche sul suo rapimento e ha messo l'accento sull'importanza della comprensione tra fedi diverse: "Mi e' venuto da piangere - ha detto - quando ho saputo che durante la mia prigionia hanno tirato una bomba alla moschea di Abbiategrasso. Quando si gettano bombe, si rinuncia a essere fratelli e sorelle". Il missionario ha poi raccontato quei 39 giorni di prigionia e la fede e la speranza che lo hanno tenuto in vita, commuovendo la platea e soprattutto i suoi fratelli seduti in prima fila in chiesa. Ha ribadito che i suoi sequestratori non hanno agito per motivi religiosi, ma economici, e che non si e' mai sentito un 'ostaggio di serie b', come alcuni politici e giornalisti lo avevano definito per il poco spazio dedicato dai media al suo rapimento. All'uscita dalla chiesa, applausi e clima da festa, mentre in piazza, palloncini colorati hanno sollevato nel cielo lo striscione 'bentornato'. Le musiche suonate dalla banda del paese quasi stonavano con la riservatezza del missionario, che non ha voluto che il comune si mobilitasse per raccogliere fondi per la sua parrocchia nelle filippine, ne' organizzasse particolari gemellaggi. "Ma noi lo faremo lo stesso - ha affermato il sindaco di Abbiategrasso Roberto Albetti, che ha fortemente voluto la giornata di oggi - la sua vicenda ha commosso tutti. Sono stati centinaia i cittadini che hanno messo i lumini alle finestre, hanno partecipato alla fiaccolata per la sua liberazione o appeso manifesti per tenere alta l'attenzione. E anche oggi la celebrazione e' stata intensa. La sua testimonianza, di fede e fratellanza, non sara' dimenticata".(Ansa)
"Se il sistema giuridico fosse indipendente non avrei niente da temere, ma non lo è, e quindi il verdetto è incerto". E' cosi che l'ex presidente Joseph Estrada ha l'attesa per la decisione del tribunale che potrebbe farlo tornare in libertà o mandarlo in prigione per il resto della sua vita. Il verdetto è atteso per mercoledì. Eletto presidente nel 1998, Estrada è stato sostituito dall'allora vice presidente Gloria Macapagal-Arroyo nel 2001. A passare il potere all'Arroyo fu un verdetto della corte suprema. Secondo la versione ufficiale, la corte emise il verdetto dopo che Estrada si era dimesso. In qual periodo l'ex presidente era accusato di corruzione ed era stato messo in stato d'accusa dal parlamento. Oltre centomila persone erano scese in piazza a protestare contro di lui e l'esercito aveva ritirato il proprio sostegno, offrendolo all'Arroyo. Estrada nega questa sequenza di eventi, dice di non essersi mai dimesso e accusa l'attuale presidente di controllare i tribunali per scopi politici. "Io sono stato rimosso dalla presidenza in modo anti-costituzionale. A beneficiarne è stata l'Arroyo. La situazione politica non è cambiata e il sistema giuridico continua a essere controllato dai politici", ha detto. I procedimenti penali contro estrada iniziarono nell'ottobre 2001, poco dopo l'ascesa della Arroyo. Da allora, l'ex presidente è stato confinato agli arresti domiciliari in attesa del giudizio per le accuse di corruzione, truffa aggravata contro lo stato e falsa testimonianza. Raggiunto telefonicamente nella sua dimora-prigione, Estrada ha ripetuto tre volte di essere "innocente, innocente, innocente", ha rivelato di aver rifiutato l'offerta di un esilio dorato all'estero e di aver deciso di rimanere e lottare per il suo nome. "rimanere è una grossa scommessa, ma non potevo accettare di scomparire. Devo rimanere e ripulire il mio nome con la popolazione", ha detto. L'ex presidente ha poi sottolineato che, al contrario dell'Arroyo, lui continua a essere amato dalla gente e che questo amore lo potrebbe portare a ritornare alla politica, se il verdetto gli dovesse essere favorevole. "La Arroyo ha truffato per mantenersi al potere alle elezioni del 2004. Non ha credibilità come dimostra il basso indice di gradimento. Io invece continuo ad avere il sostegno e la fiducia della popolazione e, se libero, dovrò rispondere a questa chiamata", ha detto l'ex presidente, oggi settantenne. Diversi sondaggi condotti negli ultimi anni indicano che estrada continua a essere uno dei presidenti filippini più popolari, mentre la Arroyo è tra i più malvisti. Altri sondaggi hanno poi indicato che sono molti di più i filippini che considerano la Arroyo corrotta che non quelli che credono che l'ex-attore diventato presidente abbia rubato. In previsione del verdetto le autorità di Manila hanno aumentato le misure di sicurezza e personalità politiche e religiose hanno esortato i cittadini ad accettare quanto deciso dalla corte in modo pacifico. (Aki)
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