L'universo Filippine
Viaggio a Manila & dintorni
PINO SCACCIA
Sono convinto che ciascuno di noi ha un sogno da realizzare. Ciascuno di noi ha qualche cosa da dire. Non solo con le parole, c'è anche chi si esprime con gesti, chi nel silenzio solidale, chi con un sorriso. L'importante è mantenere vivo il sogno della vita. Bisogna imparare a volare. L’importante è mantenere vivo il sogno della vita. L’importante è volare. Ragazzi, fatevi rapire dai vostri ideali. Io ho iniziato a sognare quando ho deciso di entrare in seminario, ho continuato il mio sogno durante la mia ordinazione sacerdotale, L’ho vissuto nelle Filippine per tantissimi anni, l’ho toccato con mano durante i giorni del mio rapimento. Sono un missionario, dico un povero missionario, uno delle migliaia di preti impegnati nei paesi poveri del mondo. Vivo nelle Filippine da 27 anni, continuerò a farlo e spero veramente di ritornarci. Il sogno è di ritornare prima di Natale o subito dopo. Questa storia, però, non mi cambia e non mi cambierà. Padre Giancarlo Bossi
La maglietta
pinoscaccia@gmail.com
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lunedì, 23 giugno 2008, 11:55
Avevo appena scritto che i rapitori di Giancarlo erano ‘fantasmi’ e sono stato smentito: la ‘mente’ dietro il rapimento, commander Israel Salinas Kiddie (vero nome Abdulsalam Akedin) è stato ucciso, lunedì 16 giugno 2008. Commander Kiddie rimane comunque un ‘fantasma’ perchè non c’è più, o almeno così dicono le autorità, perchè già a suo tempo, per sette volte, era stato dato per deceduto per poi essere ‘resuscitato’. Morto, comunque, in uno scontro violento. Certo, personalmente vorrei che la violenza non avesse niente a che fare con la mia vita. Che rimanesse una realtà distante, al massimo da giornale, da televisione, da cinema, in modo di poter meglio sopportarla. Nell’uccisione del commander Kiddie si potrebbe dire che era destino, che prima o poi sarebbe stato ucciso, perchè era armato e avrebbe comunque reagito sparando. Destino o non destino, cinema o non cinema, questa violenza poi la si subisce. Sopra la taglia di 400.000 pesos (10.000 dollari) c’era la foto di commander Kiddie. Un volto d’uomo normale con i baffetti.L’effetto più concreto della violenza, il suo aspetto più disumano lo troviamo proprio quando dietro un crimine, (ma forse anche dietro un fatale errore) c’è il volto di un uomo. Ciò significa che, come parte della stessa umanità, non posso non sentirmi responsabile anche di coloro (volti diversi ma sempre umani sono) che non hanno le mie stesse idee. In questo caso pensieri violenti. Pessime idee. Difficile cambiarle a chi è abituato a sparare, ma posso iniziare da me cominciando a imprimere il ‘no alla violenza’ nei pochi geni che fanno funzionare il mio cervello. Dietro la faccia naturalmente. Luciano
Il blog del Tg1: padre Bossi, un anno fa
lunedì, 23 giugno 2008, 11:53
Si potrebbe raccontare di nuovo tutto quello che è accaduto un anno fa. Ma due sole cose sembrano interessanti mentre il susseguirsi degli eventi può essere letto ancora su questo blog. I rapitori di padre Giancarlo non hanno ancora un volto. Del resto fecero ben presto perdere le loro tracce fin dall’inizio. E questo è quello che ci ha colpiti di più durante il rapimento: dove erano finiti? Anche oggi sembrano lontani e invisibili. Svaniti così come spariscono i fantasmi quando sorge l’alba del giorno. Forse per questo non si sente rancore verso di loro. Illusione forse, perchè i rapimenti continuano. Così come può ri-emergere la rabbia contro chi commette e ha commesso questi crimini. Pensiamo solo al rapimento e uccisione di padre Rey Roda lo scorso gennaio (18 gennaio 2008). Ma non bisogna essere fanatici e all’odio è meglio anteporre la ragione e domandarsi se quello che ora facciamo serva a qualcosa per evitare altri rapimenti, altri delitti. Se le autorità servano a qualcosa nel controbattere la criminalità organizzata oppure ne traggono loro stesse profitto.I rapitori fantasmi, da una parte e la nostalgia del luogo, di Payao, dall’altra. Un luogo insignificante ma che a distanza di un anno rimane importante per la nostra memoria. La baia con le linee di agar-agar, le mangrovie, l’isola di Pandelusan in distanza, le piccole comunità sparse sui monti e tra risaie, tra gli alberi della gomma e le culture ittiche di pesci e di crostacei, il tramonto del sole. Il luogo da dove padre Giancarlo è stato tolto e poi allontanato e che ora come un esule, in una parrocchia del PIME in Manila, lo ricorda e si domanda se tornare o starne lontano? Una sensazione dolce e amara nello stesso tempo. In Payao comunque si può tornare, ma il periodo vissuto là non esisterà più. Quel luogo è cambiato e questo, molto pobabilmente, sta aiutando padre Giancarlo a pensare al futuro con minor nostalgia. Cosa pensano invece i suoi ex-rapitori sembra inutile domandarcelo. Il passato è anche oscurità. Luciano
martedì, 06 maggio 2008, 22:49
 Padre Giancarlo Bossi è in questi giorni in Arakan Valley, in visita a vecchie conoscenze, p.Gianni Re (con lui per anni in Ipil), p.Fausto Tentorio e p.Giovanni Vettoretto. La Missione del PIME in Arakan è geograficamente molto estesa, con circa 38.000 abitanti, 28 barangay (frazioni municipali) e 43 cappelle. Buona parte della popolazione contadina è di origine tribale, etnia dei Manobo. Anni fa durante gli incontri PIME-Filippine si scherzava dicendo chi dei nostri tribali era il più affamato: Subanen (Ipil), Blaang (Columbio) o Manobo (Arakan) ?. Poi si è capito che il problema della ‘fame’ è secondario e che le popolazioni indigene non sarebbero sopravissute se non si fossero assicurate prima la padronanza dell’ambiente. E’ un po’ la filosofia alla base del programma per i Manobo in Arakan iniziato da p. Fausto una ventina d’anni fa con l’aiuto della Chiesa Italiana. Il concetto di ambiente come una realtà complessa fatta di parti, dove ogni parte, pur piccola che sia, serve a far funzionare il tutto. Non è ‘importante’ la vita del singolo animale, della singola pianta, della singola persona ma la vita che un sistema ambientale garantisce distribuendo equamente le acque, le sementi, la forza lavoro-pensiero e inversamente cercando di arrestare i germi che compromettono il sistema. A parte il denaro, di cui nessuno oramai può far meno, qualsiasi sistema ha bisogno di energia per funzionare. Verde o grigia? Quella verde, estesa in Arakan, è creata dalle piante di frutta, della gomma, noci di cocco, cavalli, maiali, capre e quant’altro è stato addomesticato nel corso dei secoli. La grigia è quella del ferro, linee elettriche, automobili, motociclette, televisori, telefonini. Quella verde ci permette di usare tecnologicamente il sole o il vento per generare ulteriore energia, ma anche l’acqua e il suolo per riciclare materiali organici di vario tipo. La verde è abbondante nelle terre abitate dai più poveri. Non è detto che supererà quella grigia, più ricca. Per farlo ci sarebbe bisogno di consensi estesi e una nuova etica (anche religione) che sposti l’interesse dalla città alla campagna e affermi l’ineguaglianza nel distribuire i beni e i mezzi tra ricchi e poveri. Ma si spera e molti ci credono. Noi non ci saremo, però, chissà, forse un giorno l’energia verde, creata in posti simili all’Arakan, permetterà alle prossime generazioni di avere un ambiente più amico e una vita meno grigia. Pime Filippine
lunedì, 07 aprile 2008, 17:52
L’email mi è arrivata proprio la mattina di Pasqua. Non lo sentivo da gennaio, quando è tornato nelle Filippine. Non riesco a chiamarlo padre Bossi, da quando l’ho conosciuto per me è solo Giancarlo. Talmente pulito e generoso che continua a ringraziare per quello che gli altri hanno fatto per lui, senza rendersi conto di quello che lui riesce a dare. Soprattutto mi manca il suo sorriso: fragoroso coinvolgente inarrestabile. Il contenuto della email è privato, le notizie appartengono però a tutti. E non credo di tradirlo raccontando il suo rammarico di non poter, per ora, tornare dai suoi parrocchiani a Payao, un posto lontanissimo, letteralmente dall’altra parte del mondo. Ricordo ancora la festa, emozionante. Del resto il sequestro non lo ha cambiato, lo aveva promesso alTg1 appena subito dopo la liberazione perchè non poteva - mi disse - abbandonare il miracolo di unire cristiani e musulmani. In quell’isola in fondo a un arcipelago infinito hanno ucciso un altro prete. Scrive: “Mindanao mi manca come mi mancano le sue tensioni. Per ora però rimane un sogno, ho sentito i confratelli, girano tutti con la scorta armata. Rimango dunque a Manila per un anno e poi ci sarà la decisione definitiva. Però non resisto e dopodomani parto per due settimane per quei luoghi. Voglio vedere e sentire, spero di poter girare libero“. Quegli autentici eroi che sono i missionari si chiedono spesso da dove nasca questo destino di vivere ai margini, a favore degli altri. Se lo chiedono anche pubblicamente, in un blog che avevano aperto solo per lanciare appelli ai rapitori e che tengono aperto ora per comunicare. “Forse una forza interiore sorregge noi in qualsiasi situazione e ci permette di affrontare liberamente il nostro destino in questo luogo, da noi scelto, fatto di terra, sale, sabbia, noci di cocco, pioggia, foreste, animali domestici, serpenti, sequestratori, ribelli, fiori di Gumamela, santi e assassini, croci, fanatici e i soliti ignoti mafiosi. Giancarlo, insieme a noi, riprende il cammino verso l’orizzonte di un possibile mondo dove si possa un giorno lavorare senza disperarsi”. Sembra una poesia. Invece è un grande concreto commovente messaggio di pace. Foto
venerdì, 21 marzo 2008, 23:01
Mi manca il suo sorriso. Fragoroso, coinvolgente, inarrestabile. Soprattutto così pulito che sembra coprire tutti i problemi del mondo. Non riesco a chiamarlo padre Bossi: lo è stato, come per tutti, fino a che era in catene. Poi l’ho conosciuto e da allora è semplicemente Giancarlo. L’ho sentito più volte durante la parentesi italiana. L’ultima volta ci siamo sentiti per i saluti perché nessuno è riuscito a frenare la sua voglia di tornare dove c’è bisogno reale di quel sorriso. Così ha lasciato casa e affetti e si è rituffato in un’isoletta dell’oceano che, vi giuro, è proprio lontana. Lo aveva promesso subito, appena liberato, a quelli che sono ormai i suoi parrocchiani. Nel frattempo nelle Filippine turbolente hanno ucciso un altro prete, ma è tornato comunque a Payao dove c’è il miracolo di cristiani e musulmani che vivono insieme. Laggiù, in fondo a un arcipelago infinito,.non sono ancora riuscito a rintracciarlo ma quegli autentici eroi che sono i missionari del Pime hanno continuato un blog aperto solo per gli appelli ai rapitori. Parlano di fame e di pace. E della loro vita così piena e così complicata: “Giancarlo è ancora tra noi e ci domandiamo cosa lo spinga ancora a proseguire la sua missione a Mindanao. Certo che un sequestro non può cambiarlo. Forse una forza interiore sorregge noi in qualsiasi situazione e ci permette di affrontare liberamente il nostro destino in questo luogo, da noi scelto, fatto di terra, sale, sabbia, noci di cocco, pioggia, foreste, animali domestici, serpenti, sequestratori, ribelli, fiori di Gumamela, santi e assassini, croci, fanatici e i soliti ignoti mafiosi. Giancarlo, insieme a noi, riprende il cammino verso l’orizzonte di un ‘possibile mondo dove si possa un giorno lavorare in sicurezza senza disperarsi”.
sabato, 19 gennaio 2008, 21:48

- Padre Bossi quando ritornerà fra la sua gente nelle Filippine? Ma soprattutto perchè, dopo la brutta esperienza che ha vissuto?
"Martedì ho l'aereo. Ritornerò martedì con una fermata a Hong Kong a salutare un po' di amici che ho lì e dovrei arrivare a Manila il 28, quasi alla fine del mese. Perchè parto? Credo mi spingano due motivi: il primo è riprendere il cammino interrotto bruscamente sei-sette mesi fa e continuare ancora a camminare con la mia gente, il popolo filippino. E il secondo credo che sia quello fondamentale, è che in fondo quando uno ama questa persona per cui noi siamo anche disposti a dare la vita che è Gesù Cristo, credo che dobbiamo andare sempre dietro a lui. E credo che sia il motivo fondamentale della mia partenza.
- C'è una cosa in particolare di cui ha bisogno la gente dove lei sta tornando?
"La cosa di cui ha bisogno credo che sia un po' di pace. Sappiamo tutti che tre o quattro giorni fa è stato ucciso un altro prete nelle Filippine, che lavorava appena nell'isola dopo la mia per cui credo che la pace sia il sogno di tutto il popolo filippino."
sabato, 19 gennaio 2008, 13:50
martedì, 09 ottobre 2007, 21:53

Quaranta giorni: lunghi, lunghissimi. Che hanno lasciato il segno. E tanti interrogativi. «Conosciamo autori e motivi per cui è stato organizzato il mio rapimento», spiega padre Giancarlo Bossi, protagonista dell’avventura che l’ha visto prigioniero dal 10 giugno al 19 luglio scorsi. «Ma quale significato ha agli occhi di Dio? È una domanda ancora aperta». Una domanda che padre Giancarlo ha affidato a un libro, dal titolo Rapito. Quaranta giorni con i ribelli, una vita nelle mani di Dio. In esso ripercorre le tappe del suo sequestro e le riflessioni maturate in quei giorni e racconta la sua storia precedente, dalla vocazione alla missione nelle Filippine. Il volume - in uscita questo mese, per i tipi della Emi (Editrice missionaria italiana), in collaborazione con Mondo e Missione - è corredato da un contributo di Pino Scaccia, inviato della Rai, che per il Tg1 ha seguito passo passo la vicenda del sequestro Bossi. Il libro
martedì, 02 ottobre 2007, 21:54
Dopo la folla di Loreto, dopo il paterno abbraccio del Santo Padre, è bello ritrovarsi a casa. Sì, in questo momento mi trovo a casa, circondato dell’affetto e dell’amicizia di tutti voi. È bello sentire la vostra voce. La gioia che esprimete. La volontà di amicizia che dimostrate. Tutto questo mi riporta ad alcuni mesi fa, quando a contatto con una natura meravigliosa ho sperimentato cosa vuol dire essere soli. Ero da solo perché tentavo di comunicare con le persone che mi avevano rapito, ma non era facile. Ero da solo perché non sentivo l’affetto della mia parrocchia in Payao. Ero da solo perché mi sentivo fermo, incapace di reagire. Eppure quei giorni sono stati momenti di grande grazia. Momenti dove ho sperimentato la tenerezza del Padre. Momenti che mi hanno dato la possibilità di rinnovarmi. È proprio vero che nei momenti in cui t’accorgi che le forze umane, le nostre capacità, vengono meno, ecco apparire la bontà e la tenerezza di Dio. Nei miei lunghi giorni di sosta forzata nella foresta ho imparato ad ascoltare e a riconoscere i rumori che ti circondano. Il canto degli uccelli, lo squittio delle scimmie, il rumore degli insetti, il latrare lontano dei cani, lo scroscio dell’acqua del ruscello, il soffio dolce del vento. Rumori che mi hanno aiutato a cogliere la ricchezza della natura.
Spesso mi soffermavo a guardare le formiche laboriose, o le farfalle gioiose su piante e fiori
Ho persino visto un’aquila volare nell’alto dei cieli. Ed ho sognato. Ho sognato la libertà.
Quella libertà che ti offre la possibilità di librare la tua vita nel cielo ed accorgerti che tutto è frutto dell’amore di Dio. Anche quelle povere persone che si erano addossate l’incarico di rapirmi e tenermi in custodia sino a nuovo ordine. Anche queste mi hanno parlato seppur involontariamente del cuore di Dio. Quel cuore che ti è vicino e che non ti lascia solo. Quel cuore pieno di tenerezza che ti prende e ti dice di uscire da te stesso, dalla tua terra e vivere l’avventura della vita come dono. Essere speranza per i poveri e giustizia per i deboli. Per tanti anni ho vissuto nelle Filippine. Mi è sembrato di spendere la mia vita in obbedienza alla volontà del Padre. Però durante i giorni del mio deserto nella foresta ho sperimentato concretamente cosa vuol dire sentirsi amato e quindi amare. Ho avuto la forza di sentirmi libero. Di volare nel cielo. Libero di guardare quanto mi sta intorno con un sorriso. Nella foresta ho certamente sofferto il freddo, patito la fame, fatte grosse fatiche. Ho anche sperimento la forza della libertà. Quella libertà che ti dice con forza che la tua persona è manifestazione del progetto di Dio nella storia dell’umanità. Che la tua vita è la goccia d’acqua capace di scavare la roccia. Che le tue mani e i tuoi piedi sono il punto d’appoggio per il mondo.
Ho capito che cosa vuol dire sentirsi chiamato. Tante volte mi sono chiesto perché proprio io sono stato rapito. Non ho fatto grandi cose nel senso di progetti o impegni che possano essere degni di cronaca. Ho solo fatto il missionario o il prete. La stessa domanda me la posi tanti anni fa, quando finito il servizio militare dovevo prendere una decisione per la mia vita. Sentivo la chiamata ad essere missionario e prete. Ma continuamente lottavo con me stesso o con Dio e mi dicevo “perché proprio io?“. Volevo iniziare un lavoro per la vita. Mi sembrava di essere un buon tecnico invece ho dovuto mettere la mia vita nelle mani di Dio. Mi sono fidato di lui e non mi ha abbandonato. Anche nella foresta mi sono fidato e non mi ha lasciato solo. Come una volta anche ora continuo a volare. Invito tutti voi a volare con me.
Non lasciamo che la paura e l’indifferenza ci attanagli e ci costringa al niente. Voliamo in alto, sempre più in alto fino alla realizzazione del sogno di Dio per ciascuno di noi. Quel sogno che dice amicizia e solidarietà tra la gente. Tra qualche mese tornerò nella mia terra, le Filippine. Non so dove sarà esattamente il mio prossimo impegno. Resta il fatto che io continuerò a sognare la mia vita come dono. Vi porterò tutti con me. So che avete lottato per me, avete pregato perché il coraggio non mi venisse mai a mancare. Il mio e il vostro sogno continueranno a vivere ed insieme viviamo nel sogno di Dio per tutte le persone del mondo. p. Giancarlo Bossi Pime Filippine
lunedì, 10 settembre 2007, 11:04
Una grande folla ha voluto riabbracciare ieri mattina ad abbiategrasso padre Bossi. Centinaia di suoi concittadini hanno assistito alla messa da lui celebrata nella basilica di Santa Maria Nuova e al veloce saluto che ha poi rivolto da un palco davanti al municipio nella piazza principale della citta'. Diventato un personaggio pubblico suo malgrado, soprattutto nella sua citta' natale, padre Bossi si e' confermato religioso schivo e sobrio. Ha lasciato scivolare le polemiche sul suo rapimento e ha messo l'accento sull'importanza della comprensione tra fedi diverse: "Mi e' venuto da piangere - ha detto - quando ho saputo che durante la mia prigionia hanno tirato una bomba alla moschea di Abbiategrasso. Quando si gettano bombe, si rinuncia a essere fratelli e sorelle". Il missionario ha poi raccontato quei 39 giorni di prigionia e la fede e la speranza che lo hanno tenuto in vita, commuovendo la platea e soprattutto i suoi fratelli seduti in prima fila in chiesa. Ha ribadito che i suoi sequestratori non hanno agito per motivi religiosi, ma economici, e che non si e' mai sentito un 'ostaggio di serie b', come alcuni politici e giornalisti lo avevano definito per il poco spazio dedicato dai media al suo rapimento. All'uscita dalla chiesa, applausi e clima da festa, mentre in piazza, palloncini colorati hanno sollevato nel cielo lo striscione 'bentornato'. Le musiche suonate dalla banda del paese quasi stonavano con la riservatezza del missionario, che non ha voluto che il comune si mobilitasse per raccogliere fondi per la sua parrocchia nelle filippine, ne' organizzasse particolari gemellaggi. "Ma noi lo faremo lo stesso - ha affermato il sindaco di Abbiategrasso Roberto Albetti, che ha fortemente voluto la giornata di oggi - la sua vicenda ha commosso tutti. Sono stati centinaia i cittadini che hanno messo i lumini alle finestre, hanno partecipato alla fiaccolata per la sua liberazione o appeso manifesti per tenere alta l'attenzione. E anche oggi la celebrazione e' stata intensa. La sua testimonianza, di fede e fratellanza, non sara' dimenticata".(Ansa)
domenica, 02 settembre 2007, 16:09
Per la cronaca: l'importante, toccante intervento di padre Bossi a Loreto è stato completamente ignorato dalla grande stampa nazionale, anche sul web. Se ne trova traccia (oltre che su Raiuno, Tg1 e...qui) soltanto su Asianews e sull'agenzia Misna che sono però testate direttamente legate al Pime. Punti di riferimento ben conosciuti dai giornali che, evitando il lungo e faticoso viaggio nelle Filippine, hanno attinto spesso lì in caccia di notizie durante il sequestro. Insomma, non è cambiato niente. Certi discorsi mica fanno vendere, anzi sono scomodi. Questi missionari, poi, fanno riflettere troppo e magari ci rifilano anche un pò di sensi di colpa e specie d'estate non è proprio il caso. Hanno ragione loro, questi benedetti eroi sconosciuti: meglio operare nel "nascondimento e nel segreto". Molto meglio.
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